Festa nell’Aia 2018


Festa nell’Aia 2018

Sabato 8 settembre dalle h. 19




I mandolini dell’antica tradizione della posteggia napoletana saranno i protagonisti dell’ottava edizione della Festa nell’Aia, appuntamento annuale dell’Associazione Fontevecchia di Spoltore che chiude gli eventi estivi ed apre la sessione autunnale. Sabato 8 settembre, dalle 19, a Borgo Case Troiano di Spoltore (Pe) si terrà la tradizionale manifestazione cui prenderà parte, per la prima volta, Salvatore Iasevoli e la Posteggia Napoletana. L’artista è tra i promotori de ‘O Ghinnéss, il più grande raduno di mandolinisti e maschere di Pulcinella al mondo che si svolge, come da tradizione, nel primo sabato di maggio a Napoli e cui Fontevecchia ha avuto l’onore di prendere parte proprio a maggio scorso.
Festa nell’Aia è dedicata a tutti gli iscritti, gli amici, collaboratori e simpatizzanti di Fontevecchia. E’ una serata che sarà trascorsa in compagnia di cibo tipico, vino, dolci della tradizione realizzati dalle brigantesse cuciniere di Fontevecchia e, quest’anno, musica tradizionale antica, colta e tradizionale di Salvatore Iasevoli e la Posteggia Napoletana.
Ma cos’è la posteggia? E’ un complesso musicale ambulante o anche il luogo dove si ferma a suonare un complesso musicale. La parola posteggia deriva, naturalmente, da “puosto” che è il luogo occupato da chi svolge un’attività che è rivolta al pubblico. I venditori ambulanti, ad esempio, occupano un posto fisso sulla pubblica via per cui è facile parlare di “ ‘o puosto d’ ‘o verdummaro” o di altri venditori.
Oggi non è facile trovare un gruppo di quattro o cinque persone che suonano ed uno di loro canta, così come nella tradizione dei posteggiatori. Qual è il luogo preferito dai posteggiatori? Naturalmente, i ristoranti o i caffè.
Nel film di Luciano De Crescenzo “Così parlò Bellavista” troviamo, invece, un solo posteggiatore che, armato di chitarra, rivolge sorrisi accattivanti ai commensali di una trattoria quando si accorgono di lui. Ad un certo punto si avvicina al tavolo e tira fuori dalla tasca un biglietto su cui è scritto: Non suono per non disturbare. Grazie. E ugualmente si guadagna la mancia ...
Le origini della posteggia napoletana si perdono nella notte dei tempi. Si pensi che nel Museo di Taranto si conserva una coppa del VI secolo avanti Cristo che ha una decorazione raffigurante un convito e dei giovani che allietano il banchetto suonando la lira. Ma già ancor prima dei Greci e dei Romani si era soliti ascoltare la musica durante i conviti, così come presso gli Egizi.
Un documento scritto che specificatamente si riferisce ai posteggiatori è l’ “assisa”, o ordinanza, del 1221 di Federico II di Svevia contro i suonatori ambulanti che, di notte, esibendosi nelle taverne, disturbavano il sonno dei napoletani.
Anche Giovanni Boccaccio, che tra il 1327 e il 1339 soggiornò a Napoli, notò che vi fossero tali posteggiatori. Nel 1569 i posteggiatori costituirono nella chiesa di S. Nicola alla Carità una corporazione, una specie di sindacato, che garantiva giusti compensi, l’assistenza malattie e una degna sepoltura. Nel ‘600 vi erano a Napoli, secondo la conta del Marchese di Crispano, ben 112 taverne. Tra i cantanti più noti vi era Pezzillo ‘e Junno ‘o cecato.
Nel ‘700 spiccavano come luoghi di posteggia le “pagliarelle dello Sciummetiello” e la Taverna delle Carcioffole al Ponte della Maddalena dove si leggeva la famosa quartina:

“Magnammo, amice mieje e po’ vevimmo
nzino a che nce sta ll’uoglio a la lucerna;
chi sa se all’autro munno nce vedimmo;
chi sa se all’autro munno nc’è taverna”.


All’epoca, già da tempo a Napoli, dilagavano i nostri posteggiatori che non erano al servizio di nessuno e che venivano liberamente ricompensati dai fruitori della loro musica. Infatti, i posteggiatori, dopo la loro esibizione, “andavano per la chetta”, cioè giravano fra gli avventori con il famoso “piattino”. L’offerta non era intesa come un’elemosina, ma come un riconoscimento, anche se fatto di spiccioli, all’arte. Meglio la libertà che essere sottoposti allo stipendiuccio di un padrone.

Ricordiamo. Infine, che essi usavano un gergo tutto proprio, la cosiddetta “parlesia”, incomprensibile anche agli stessi napoletani. Ad esempio, il pane era chiamato “illurto”, l’avaro “schiancianese”, il pollo “pizzicanterra”, la chitarra “allagosa” o “ ‘a cummara”, il mandolino “peretta”, il violino “tagliere”, i soldi “ ‘e bane”, il vino “chiarenza”, i seni femminili “ ‘e tennose”.


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